Il criminale che è in noi

Poi, proprio il Dna ci ha fatto ricredere e, sia pure a malincuore, abbiamo dovuto mettere a tacere i nostri preconcetti.Ebbene, quello che sta accadendo a proposito di Luca Bianchini, il presunto stupratore seriale di Roma accusato di tre violenze sessuali in garage condominiali, mette a dura prova un’altra delle convinzioni comuni delle quali non riusciamo a liberarci quando si parla di violenze: e cioè ci è assai difficile concepire l’identikit dello stupratore come quello di una persona «normale»: il vicino di casa, il conoscente indifferente che ci lambisce e si qualifica per la sua piatta esistenza.

A margine di una esistenza del tutto regolare, di lavoro e di affetti, dopo una certa ora approda ad altri rituali, meno rassicuranti per la sua socializzazione, ma più aderenti alle sue fantasie.La paura è contagiosa, l’angoscia di questi delitti tocca il costume, e quindi le discussioni sotto l’ombrellone.

Ma desta raccapriccio, allora, a proposito della vicenda di Luca Bianchini, il commento di un politico che, spulciando nella vita del ragioniere, stigmatizza i metodi di selezione del personale politico di un partito di massa di cui lo stesso Luca è un quadro di provincia.

Il giudizio denota, appunto, la totale incomprensione del fatto che la violenza non ha colore o cooptazione partitiche, è dentro di noi, veste i panni della normalità: non si può pensare che il raptus sia costantemente agito sul volto e nei gesti.Certo, abbiamo dovuto abbandonare, anche grazie al cumulo di accuse che sommergono Bianchini, uno dei luoghi comuni più duri a morire: che non si possano macchiare di simili delitti le persone che si dedicano agli altri, che stanno in mezzo alla politica, oppure che si immergono nel sociale, o nelle attività agonistiche.

Fonte:
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=251804&IDCategoria=2682

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