Comincio dalla dedica

Aprirò il libro dalla dedica. Non guarderò la copertina, non ancora. Ci ritorno dopo un po’: è rilegata in brossura cucita a filo refe, così da resistere di più all’usura. La sovraccoperta è bianca, il nome dell’autore è scritto in nero, mentre per il titolo si è scelto il colore rosso e forse non a caso: alla frontiera del libro e delle parole, come qualcuno ha scritto, c’è sempre una ferita.Sotto il nome e il titolo c’è la fotografia dell’autore. Cerco quel dettaglio che Roland Barthes definisce punctum, «l’elemento casuale che mi colpisce, mi ferisce», la chiave di lettura dell’immagine stampata. In questa foto di uomo canuto, di gentiluomo elegante, quasi un ritratto d’altri tempi (Rinascimento o Risorgimento?) il punctum per me è il fondo nero, forse non è un semplice espediente fotografico che gioca con le tonalità dominanti della copertina che s’accostano e s’incrociano – il bianco, il rosso, il nero.Quel fondo è un sipario: il volto dell’uomo è in primo piano e dietro ha un sipario nero. Si aprirà?Il sipario è dunque un invito, l’invito ad aprire il libro ed entrare nelle pagine. Lo faccio. Si comincia con una nuova ferita: il pianto disperato di bimbo per una casa che lascerà per sempre. Ricordi, considerazioni, pensieri: dalla fanciullezza («l’infanzia è una stagione fatata.

Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76648

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